lunedì 15 giugno 2009

mercoledì 3 giugno 2009

domenica 24 maggio 2009

Presentazione del Circolo Arci Lebowski

Il nostro circolo è nato, sulla carta, a febbraio ed è divenuto operativo già da due mesi. Siamo cmq stati costretti a posticipare ad oggi la data d’inaugurazione per  motivi tecnici legati allo spazio che ci ospita, ristrutturato dai volontari dell’associazione ed arredato grazie all’aiuto di privati cittadini che ci hanno fornito liberamente le suppellettili e che ringrazio in questa occasione. L’individuazione della sede è stato proprio il primo momento di impegno collettivo ed il primo passo per la realizzazione del progetto che si aveva in mente al momento della stesura del nostro statuto.

Perché nasce? Nasce per volontà di un esiguo numero di soci, in origine 11, ma oggi siamo circa 80, essenzialmente perché ci è parsa necessaria, essendo assente, un’organizzazione che rispettasse i canoni ed i principi che sono alla base del nostro statuto, ci è sembrato necessario realizzare un laboratorio in cui convogliare le energie creative del territorio gioiese e per dar loro spazio e mezzi per progettare e sviluppare idee ad uso e beneficio della collettività.

Quali sono i nostri principi?

Primo fra tutti, l’assenza di ogni obiettivo di lucro, pertanto l’associazione si configura pienamente nella categoria delle organizzazioni no-profit.

Il carattere progressista, ma tradizionalista, senza intendere il termine il chiave conservativa ma preservativa, poiché riconosciamo l’importanza del passato e delle tradizioni ma intendiamo proiettarne e rielaborarne la lezione in chiave moderna.

Tra tutti questi valori della nostra tradizione è quello democratico, che si esplica soprattutto nelle forme e nei mezzi di partecipazione alla vita associativa, garantendo a tutti libertà di parola, pensiero e rappresentanza, contrapponendosi ad un sistema associativo chiuso e privo di accesso.

Pertanto l’associazione è assolutamente aperta per partecipazione ed iscrizioni, non imponendo limiti numerici ai tesserati  e garantendo a tutti, anche l’ultimo dei soci, la possibilità di partecipare attivamente alla programmazione ed alla realizzazione dei progetti. Conserviamo cmq una forma di selezione per i tesserandi che più che essere basata sui meriti, impone come unico limite il demerito, rifiutando il tesseramento di chi non condivide questi principi o non ha fiducia nel nostro progetto associativo.

Proprio per la sua larga apertura, la nostra organizzazione è libera da qualsiasi forma di personalismo non individuando in un’unica persona la voce della totalità dei soci e garantendo la possibilità, a tutti, di esprimere le proprie opinioni in sede di confronto, risultando quindi totalmente pluralista è pertanto libera anche da ogni influenza partitica. Ciò non nega la possibilità di esprimere posizioni politiche o ideologiche, proprio perché ognuno di noi è portatore di un proprio bagaglio culturale, ma questo risulta un vantaggio e un tratto distintivo della nostra associazione che si pone quindi come luogo di confronto, dove posizioni differenti possono interagire e dialogare per raggiungere un obiettivo d’azione unitario. E’ in questa maniera che si configura come un’associazione autonoma politicamente,  contraddistinta però da alcuni valori e posizioni inderogabili che sono anche obiettivi:

1)      La tutela della cultura e delle culture,  favorendo anche scambi tra le stesse

2)      La difesa dei diritti umani e costituzionali

3)      Il sostegno ai soggetti in difficoltà o svantaggiati

 

Uno degli appellativi più volte attribuiti al nostro circolo è quello di “associazione giovanile”, una definizione che vorrei  in qualche forma smentire. La nostra è sì un’associazione composta in maggioranza da studenti e persone under 30, ma non per statuto o per regolamento. Molto spesso la definizione di associazione giovanile viene utilizzata in maniera discriminatoria e quasi denigrativa, viene utilizzata per individuare un’organizzazione che, composta da giovani, ha come unico target i giovani, favorendo una forma di ghettizzazione proprio da parte di chi si ritiene “non giovane”.  Non è questo il nostro intento, abbiamo invece interesse ad estendere ad ogni fascia d’età la nostra partecipazione consci dell’importanza dello scambio culturale tra generazioni differenti. Questo insieme a tutti i suddetti elementi concorrono ad un’altra delle finalità della nostra associazione, forse la più importante, che è quella FORMATIVA. Siamo convinti che la crescita morale, spirituale e culturale non debba essere un impegno dei soli giovani, ma crediamo che riguardi tutti gli esseri senziente che non esistano limiti alla suddetta crescita. Siamo convinti che il miglior metodo per raggiungere questi scopi sia la responsabilizzazione dei soci stessi. Questa viene favorita in qualsiasi luogo autogestito ed autosussistente  come difatti è il nostro circolo.

Proprio in virtù di queste due caratteristiche, tutti i soci hanno imparato, ed altri ancora impareranno ad organizzarsi, come ogni comunità fondata sui suddetti valori si organizza e si sviluppa. Così quelle che nello statuto, ab origine, erano semplici linee guida, sono state successivamente articolate in un sistema più complesso che garantisce la compartecipazione di tutti soci che esprimono la loro volontà durante le frequenti  riunioni, durante le quali vengono esaminati ed approvati i progetti presentati dagli stessi.

Un primo livello di organizzazione è stato raggiunto con la creazione delle COMMISSIONI DI COMPETENZA, anche queste di libero accesso,  che realizzano concretamente i progetti. Queste sono coordinate da un referente, a sua volta membro del consiglio direttivo dell’associazione.

Al momento le commissioni sono sette, ognuna con un proprio campo d’azione. Abbiamo:

1)      La commissione MUSICA, concerti e festival           (che ha già in attivo la rassegna per band emergenti: “musica in cantina”)

2)      La commissione CINEMA, teatro e letteratura         (il nostro è soprattutto un circolo UCCA  anche se ancora in cerca di una struttura adatta allo svolgimento delle attività)

3)      La commissione CORSI ed università           (che ha già in programma: un servizio modulistica, bacheca e segreteria a distanza; inoltre sta già elaborando un database di testi  universitari reperibili sul territorio locale)

4)      La commissione LUDICA, sport e viaggi       (ha organizzato pullman per il primo maggio ed altre visite organizzate, tornei di carte, e il minicampionato: “soccer for smokers”. E’ questa una commissione di notevole importanza poiché non sottovalutiamo l’importanza del gioco come momento di aggregazione e socializzazione.)

5)      La commissione GASTRONOMIA      (motore propulsore in tante iniziative, importante sia strumento di confronto tra idee, con l’organizzazione di simposi letterari e sociali, ma anche come strumento primario per avvicinare e far conoscere culture differenti.)

6)       La commissione ARTI VISIVE (che ha già allestito una prima mostre durante la festa di San Giuseppe ed ha in attivo i progetti: “Due piccole mani” a sostegno dell’Abruzzo e “Travel monkeys”, che tramite il fumetto si impegnerà ad affrontare temi di cronaca e politica. Questa commissione, congiuntamente a quella di musica o cinema, si impegna a far conoscere e promuovere artisti, gruppi e compagnie emergenti.

7)      E la commissione CITTADINANZA ATTIVA, INFORMAZIONE e PROPAGANDA, un grande contenitore, che si è configurato da subito come primo motore di impegno sociale, ad esempio in occasione della raccolta di fondi per l’Abruzzo.  Questo è a testimonianza del nostro concetto di cittadinanza, proprio perché vogliamo intendere un ambito ben più ampio di quello comunale: siamo gioiesi ma anche cittadini d’Europa e del Mondo, pertanto è nostro interesse estendere l’impegno ben oltre i nostri confini territoriali. Tuttavia la vastità, in senso geografico, di tale impegno, insieme alla vastità di argomenti trattabili, ha reso necessaria la ripartizione della stessa commissione in più settori  quali l’ecologia, la legalità, la lotta alle discriminazioni sessuali ed all’individuazione, per ognuna di esse, di un referente.

Questo sistema, così organizzato, oltre a responsabilizzare, i soci permette la realizzazione di progetti anche di vaste dimensioni in cui tutte le commissioni cooperano per il fine individuato.

La nostra sede diventa quindi il luogo in cui si realizza questa collaborazione, il posto in cui prendono corpo e si concretizzano le idee e le proposte dei soci, come dicevo all’inizio un laboratorio creativo di progettazione, grazie soprattutto all’aiuto volontario degli stessi. E durante questa fase di confronto e discussione, tramite lo scambio di esperienze e conoscenze, si favorisce la crescita dei nostri associati.

La cooperazione si estende anche ad altre associazioni ed enti che condividono i nostri principi ed obiettivi,  con cui già intratteniamo rapporti di confronto e collaborazione e con cui, si spera, poter realizzare iniziative congiunte.

Oltre alle associazioni, tutti i singoli cittadini sono chiamati a partecipare ed a offrire il loro contributo creativo, culturale e lavorativo per la realizzazione di tutte quelle idee o di quelle necessità che possano risultare di beneficio all’intera comunità.

 

Il Presidente

Dario Milano

martedì 19 maggio 2009

Musica in cantina 2

Guelfi bianchi e guelfi neri

È un fatto noto e politicizzabile: i media, nell’arco di tempo che va dalla nascita del governo Berlusconi ad oggi, hanno triplicato il racconto delle violenze rispetto allo stesso arco di tempo misurato per il governo Prodi. È  evidente che la paura viene considerata dalla destra come un terreno privilegiato dell’organizzazione del consenso sociale ed elettorale. Nel 2003 era Robert Castel (nel suo “L’insecurité sociale. Qu’est–ce qu’êtreprotegé? ”- Seuil, Paris ) a mettere a fuoco la contraddizione data dal fatto che, nei paesi a più alto sviluppo, «si vive nei più alti regimi di sicurezza storicamente determinatisi e nel contempo si è sempre più propensi ad indicare in un qualsiasi soggetto diverso da sé - innanzitutto l’immigrato - il responsabile maligno di ipotetici attacchi al sistema sicurezza». Ed è stato Zygmunt Bauman a scrivere (in “ Modus vivendi”, 2007 - Laterza) «che vi è un nesso profondo - specie in Europa - tra lo svilupparsi dell’individualismo moderno, la crisi del welfare e la crescente paura sociale dallo sbocco razzista e reazionario». Ma la costruzione scientifica della paura, da parte della reazione, appare essere sempre più chiaramente un tassello fondamentale della costituzione di quel vasto esercito industriale di riserva - composto da forza lavoro immigrata - funzionale al profitto capitalistico. Attraverso l’estensione della paura dal corpo sociale alla stessa area dei lavoratori immigrati si possono collocare quest’ultimi nel mercato inferiore del lavoro, una postazione sociale dalla quale - per timore - non si possono rivendicare né salari, né contratti, né diritti. Ve lo immaginate Ibrahim, del Marocco, che dopo aver conquistato uno straccio di lavoro chiede ad un padroncino leghista un salario adeguato? La paura sociale e il disagio di classe di un movimento operaio autoctono ai cui fianchi cresce un vasto esercito industriale di riserva che dà al padrone l’opportunità del ricatto (“se tu non ti accontenti di un basso salario - operaio “bianco” - ne ho tanti altri - “neri”- disposti a lavorare”) rappresentano fenomeni nuovi e sostanzialmente privi di elaborazione politico-teorica (nel senso che non possiamo trovare nei Quaderni di Gramsci riflessioni in merito, tutt’al più qualcosa sull’esperienza delle lotte per l’inclusione dei lavoratori italiani meridionali nel nord del miracolo industriale). L’esigenza di elaborare un disegno teorico ed una prassi volti a mettere in campo una risposta di classe a tali questioni (come al costituirsi di immense aree di nuovo proletariato e sottoproletariato negli inferni delle periferie metropolitane: ricordiamo lo sconcerto e l’inerzia del Pcf durante le rivolte delle banlieue parigine?) rappresenta un pezzo dell’esigenza complessiva di rilanciare un’idea-forza anticapitalista all’altezza dei tempi e dell’odierno conflitto capitale/lavoro. La situazione è particolarmente arretrata, mentre è anche su questo terreno della lotta contro la divisione sociale tra lavoratori autoctoni ed immigrati che potrebbero ripartire un pensiero ed una prassi anticapitalisti.
Caliamoci nell’analisi concreta della situazione concreta: nel Cantiere navale di Ancona su circa 1.500 operai, 800 sono immigrati ipersfruttati e 700 autoctoni, dipendenti della Fincantieri. Tra immigrati senza salari e diritti e autoctoni con contratto (miserabile) di lavoro si scatena l’inevitabile guerra quotidiana tra poveri, e gli uni sono contro gli altri. Come interviene il sindacato? In nessun modo: neanche la Cgil è pronta a questo nuovo impegno di classe. Cosa occorrerebbe fare? Si potrebbe partire dalle piccole cose: bisognerebbe favorire incontri costanti tra lavoratori immigrati ed autoctoni; si dovrebbe mettere a disposizione o trovare per tali incontri sedi (di associazioni, case del popolo, luoghi “neutri” ma che col tempo possano diventare riconoscibili ed essere vissuti come punti di riferimento solidali); si dovrebbe tentare di favorire, tra autoctoni ed immigrati, la costituzione di un legame, una “connessione sentimentale” (incontro tra le famiglie, ad esempio), svolgendo un’azione pedagogica e di classe volta a mettere a fuoco il nemico comune (il profitto capitalistico) che divide i lavoratori “bianchi” da quelli “neri”. E occorrerebbe svolgere una battaglia specifica nelle organizzazioni sindacali volta a spingere i sindacati ad un impegno all’unità di classe tra immigrati ed autoctoni, con lotte e vertenze solidali e la costruzione di una coscienza comune che dalla comprensione delle categorie della spoliazione imperialista e dello “scambio diseguale” di merci tra paesi poveri e ricchi (quali basi materiali della fuga biblica dei dannati della Terra nel mondo dell’illusione capitalistica) giungesse alla comprensione del fenomeno dell’esercito industriale di riserva e alla lotta per la dissoluzione della sua forma subordinata, quale lotta generale della “classe” (della nuova classe, “bianca e nera”) contro i padroni.